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Edoardo Avellini, "Piave 1918"

Edoardo Avellini nasce a Rivarolo Ligure in provincia di Genova il 9 ottobre 1899, suo padre Giuseppe, faceva il palombaro nel porto di Genova. Edoardo frequenta la scuola fino alla 5° elementare, poi va a lavorare in un pastificio. Amico di Damiano Chiesa, martire trentino di Rovereto che abitava a Rivarolo vicino a lui, viene chiamato alle armi presso il distretto militare di Genova il 14 maggio 1917 ancora diciassettenne.
Il 14 giugno dello stesso anno viene destinato al deposito del 54° Reggimento di Fanteria della Brigata Umbria ad Ivrea, ed il 4 luglio, con l’arrivo in caserma, inizia la sua vita militare. Il 9 settembre 1917 viene trasferito al 145° Reggimento di Fanteria della Brigata Catania e parte per il fronte. A fine ottobre si trova coinvolto nelle vicende seguite alla “disfatta di Caporetto”, quei caotici momenti sono così descritti: “arrivati al Tagliamento ci fecero tornare indietro insieme a molta truppa, di tutte le categorie, perché il nemico avanzava pazzamente, fermati a un altro piccolo fiume, che mi sfugge il nome, per fare se si poteva un po’ di resistenza, ma subito ci fecero proseguire fino al Piave…Sembrava la fine del mondo, non si capiva più niente, ordini, contrordini…infine hanno fatto saltare il ponte del Piave…”.
avellini_edoardo Una volta stabilizzatosi il fronte sul Piave la brigata Catania viene schierata nella zona di San Donà alle dipendenze della 61° divisione (XXIII Corpo d’Armata, 3° Armata), alternando i suoi reggimenti nei turni di prima linea e di riposo, fino all’ inizio della “Battaglia del Solstizio”.

La grande offensiva austro-ungarica viene combattuta dal 15 giugno al 24 giugno 1918. Lo sforzo bellico imperiale è enorme: vengono schierati dall’Astico al mare adriatico 434 battaglioni di fanteria, 72 mezzi reggimenti appiedati, 47 squadroni a cavallo e 5.473 pezzi d’artiglieria. Gli italiani schierano nello stesso settore del fronte 457 battaglioni di fanteria, 61 squadroni di cavalleria e 4.537 pezzi d’artiglieria di vario calibro. Nel settore del basso Piave l’offensiva investe soprattutto le truppe della 61° divisione, ed in modo particolare la brigata Catania. Quei momenti sono descritti in maniera concitata nelle pagine del suo diario: “la mattina del 15 giugno ore 3 incominciò il bombardamento nemico, ed è durato fino alle ore sette senza cessare un momento, e per tutta la stessa durata lanciarono i gas lacrimogeni.
La fine del mondo era giunta, non si capiva più niente. Cessato il bombardamento, noi si aveva la 1° linea sotto sopra, e in vari punti si era scoperti, gli austriaci approfittarono di ciò e passarono il Piave. Io mi trovavo in un piccolo posto avanzato dentro al Piave…Il comando del mio reggimento già era invaso dal nemico, allora abbandonare la 1° linea schierandosi in campo aperto come tante pecore al pascolo, riparo non ve n’era per nessuno…Raggiungendo altri soldati, si trovò una casa di campagna…Arrivato il nemico dalla casa, guardò bene da tutte le parti, vedendoci in pochi e senza mitraglie piazzate, proseguirono come se la casa fosse stata vuota…Noi sempre si aspettava la nostra sorte, ma prima che ci portassero via, arrivarono i nostri rinforzi … Alla sera … al mio battaglione siamo rimasti in 118, compresi tre ufficiali e qualche graduato”.
Le perdite da ambo le parti sono enormi: in dieci giorni di lotta gli austro-ungarici perdono, fra morti, feriti e dispersi 118.042 uomini, gli italiani e gli alleati franco-inglesi 85.620 uomini. Scrive la Relazione Ufficiale austriaca: “la grande battaglia nel Veneto iniziata dall’esercito austro-ungarico con le sue ultime forze, ma anche con la ferma volontà di vittoria, si era conclusa con un insuccesso molto simile ad una vera e propria sconfitta”.

La sua vita militare non si conclude con la “Battaglia del Solstizio”, egli si ammala di malaria e viene ricoverato in vari ospedali fra cui l’ospedaletto n.126 e n.0138 di Polesella specializzati nella cura della malaria. Una volta ristabilitosi ritorna al fronte, nel 17° Reggimento di Fanteria della Brigata Acqui, nella zona del monte Baldo (lago di Garda) fino all’armistizio.
Terminata la guerra, presta servizio all’Ufficio Ricuperi come caporale ciclista tornando a casa solo l’11 maggio del 1920. Nonostante l’età (41 anni) una figlia poliomielitica ed una appena nata viene richiamato alle armi e mandato in Croazia col 306° Battaglione Milizia Mobile tra il 1940 ed il 1942 a combattere la guerriglia partigiana. Anche questa volta torna a casa dove muore nel 1958.