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Casati Pier Luigi, "S. Marco 1917"

casati_pier_luigi Pier Luigi Casati nasce a Civitavecchia il 19 aprile 1890.
Il trasferimento della famiglia nella nostra città fa di Pier Luigi un protagonista precoce della vita culturale locale: studente del Liceo Classico, poi studente universitario in Giurisprudenza. Nel 1909 è membro del comitato universitario e si segnala per i propri ideali risorgimentali e nazionalisti.
Nel 1911 manifesta entusiasmo per l’impresa coloniale di Libia; nel 1914, laureatosi avvocato, si trova, come tanti giovani intellettuali ferraresi, a parteggiare per l’intervento in guerra dell’Italia contro le Potenze Centrali.

Allo scoppio delle ostilità Pier Luigi è ufficiale di artiglieria e, giungendo fino ai gradi di Capitano, decorato con Croce di Guerra, dà il proprio apporto ai quattro anni di combattimenti. Nel dopoguerra, tornato a Ferrara, costituisce il proprio studio legale, non rinuncia però all’attività politica: è fra i fondatori dell’Associazione Combattenti e prende posizioni decisamente nazionaliste.
Nel 1922 aderisce al Fascio di Ferrara. Negli anni seguenti, anteponendo a tutto la propria attività forense, ottiene alcuni incarichi importanti dal Partito, fra i quali citiamo Vicepresidente dell’Istituto Autonomo delle Case Popolari. Svolge per quattordici anni la propria attività con grande solerzia, diventando addirittura proverbiale, in città, per la propria puntualità e solerzia lavorativa. Sul finire del 1935 è colto da un attacco improvviso di flebite, che lo conduce a morte il 17 gennaio 1936.
A pubbliche esequie solenni avvenute, una disposizione testamentaria comunica alla cittadinanza che l’avvocato Casati ha lasciato alla biblioteca Ariostea un legato di 660 volumi che trattano, in prevalenza, la materia storica, con particolare riguardo alla Grande Guerra.
All’interno di questo fondo, in un faldone di miscellanea, restava un diario di guerra relativo alle giornate di Caporetto così come erano state vissute da Pier Luigi, capitano d’artiglieria, sul fronte montano del IV Corpo d’Armata.

L’ambito geografico prevalente, all’interno del diario, porta il nome di Jama Planina. Qui, infatti, era collocata la batteria comandata dal capitano Pier Luigi Casati.
Il contesto storico-geografico è piuttosto complesso: siamo sulla seconda linea “di resistenza ad oltranza” del fronte alto-isontino, quello che esattamente sarà investito, all’alba del 24 Ottobre 1917, dall’offensiva austro-tedesca che ributterà l’Esercito di Cadorna sul Piave. Jama Planina era un punto strategico importantissimo sulla dorsale del Polounik, dominante la conca di Plezzo e il massiccio dello Javorcek tenuto dalle truppe austro-ungariche. Il “Settore di Jama Planina” , a forma di conca insinuata fra cime dominanti, era stato trasformato in una grande piazza di artiglieria di medio e piccolo calibro, vigilata da due compagnie del Battaglione Alpini Mondovì e da complementi della compagnia del Battaglione Alpini Saluzzo. L’intero settore era di pertinenza alla 50° Divisione del Generale Arrighi, che assieme alla 43° Divisione del Generale Farisoglio, alla 46° Divisione del Generale Amadei e alla 34° Divisione del Generale Basso costituivano il mastodontico IV Corpo d’Armata guidato dal Generale Cavaciocchi e ammontante ad oltre centomila uomini nel 1917.

Il diario di Pier Luigi Casati, prende in esame un periodo che va dall’estate all’autunno del 1917 sul fronte del IV Corpo d’Armata italiano schierato sull’Alto Isonzo: dai tentativi offensivi italiani dell’estate, avvertiti quasi di riflesso, al diffondersi di voci vagheggianti attacchi nemici imprecisati; fino al martellamento delle artiglierie austro-germaniche che segnano l’inizio della battaglia di Caporetto, che vedono le truppe austro-tedesche sfondare le linee italiane scatenando il panico fra le truppe, ed i comandi italiani. In seguito il diario ci porta a seguire una parte della ritirata, con le truppe della 50° Divisione che abbandonano Saga e il Monte Polounik per difendere la terza linea difensiva nell’area del Monte Stol, a sud-ovest di Caporetto, cercando di frenare lì l’avanzata degli austro-tedeschi verso la pianura.
Ma sarà un tentativo effimero. Veniva così a delinearsi quella che passerà alla storia come la “rotta di Caporetto”; e qui si interrompe, nel pieno della ritirata, il diario. In seguito l’autore cessa di raccontare le proprie vicissitudini per lanciarsi in considerazioni storiche, politiche e morali forse eccessivamente veementi, ai nostri occhi retoriche e roboanti, ma non per questo meno interessanti in quanto documento storico di un’epoca e di una sensibilità.