Il diario è sempre stato considerato un documento.Però è soltanto da poco tempo che la diaristica viene, ancor più
che per il passato, valorizzata in quanto consente di ricostruire l’atmosfera emotiva che caratterizza il momento storico e ciò
avviene da quando – è cosa recente – si ravvisa nell’atmosfera emotiva appunto, un elemento storiografico che la
grande storia aveva in parte trascurato.
Fino a una data facilmente identificabile, perché è il 1976, anno nel quale lo storico britannico John Keegan ha pubblicato un
saggio: “The face of the battle”, che analizza lo stato d’animo, i sentimenti, le emozioni dei combattenti, quindi
degli uomini che vivono l’avvenimento in corso. In questo libro vengono trattati tre eventi, molto diversi tra loro per epoca e
circostanze: Azincourt (1415), Waterloo (1815) e la Somme (1916) ma è il materiale trattato che è della stessa pasta:
il sentire della comunità umana coinvolta. Da quel momento a oggi non c’è studio o ricerca che non tenga
conto dell’emotività umana con i sentimenti, gli stati d’animo, l’atmosfera quale elemento storiografico,
in associazione con i documenti, le relazioni, i rapporti, la topografia, l’analisi strategica, l’innovazione tecnologica,
l’impostazione dottrinale legate a quell’evento drammatico della vicenda umana che è la guerra.
In buona sostanza, il diario non è più visto solamente come elemento del tutto personale, privato, individuale,
con valore di testimonianza relativa, ma è ormai ritenuto un documento significativo ai fini della ricostruzione del momento storico.
Elemento tanto più importante, in quanto volto a salvaguardare dalla posizione tipica dell’uomo attuale, portato a giudicare,
valutare, sentenziare su eventi lontani nel tempo (e nello spazio) alla luce delle convinzioni, dei giudizi, delle regole – e dei
pregiudizi - dominanti al di’ d’oggi.
Ciò premesso, passiamo al dettaglio, ossia al documento che abbiamo davanti: il diario del sottotenente bersagliere Bruno Zamorani,
classe 1897. La prima cosa da considerare è il volontarismo, comportamento non facile da comprendere ai nostri giorni, come è
stato dato di constatare ancora in occasione di recenti incontri con gruppi di giovani. Chi ha creduto di ravvisare la motivazione, che spingeva
il coetaneo di un tempo ad arruolarsi volontario per la guerra, nel guadagno monetario (“l’avranno fatto per i soldi”);
chi nella vocazione sanguinaria e violenta del giovane volontario.
La realtà è meglio espressa da uno studioso, Franco Fornari, che nel suo saggio sulla psicanalisi della guerra (Feltrinelli, 1988)
considera l’arruolamento volontario un atto di amore. Chi parte per la guerra e implicitamente accetta con ciò
l’eventualità di sacrificare la vita è mosso da un impulso d’amore verso la terra dov’è
nato, identificabile con la famiglia, con i valori nei quali crede, con le cose e le persone che gli sono care, con la vita stessa sua,
con questo grande e prezioso patrimonio che deve essere protetto e difeso. Quanti erano i volontari nella Prima Guerra Mondiale? Pochi,
secondo una valutazione riferita in una pubblicazione ufficiale edita di recente: si tratterebbe di 8.000 giovani.
Cifra che pare troppo esigua in raffronto con gli oltre cinque milioni di mobilitati.
Un altro elemento di cui il lettore è invitato e tener conto è la partecipazione. Nel valutare la posizione dell’autore
del diario è rigorosamente necessario il saper distinguere la posizione dell’osservatore attuale con l’intero
suo bagaglio di nozioni, convenzioni, punti di vista – ci richiamiamo a quanto espresso sopra – dal comportamento,
dai sentimenti, dall’attualità di chi sta vivendo un evento in pieno e totale coinvolgimento.
Avvertire il dolore per la morte di una persona cara al punto di auspicare di vendicarla, l’indignazione per il nemico
che bombarda la propria città, l’entusiasmo per i successi dell’Esercito di cui fa parte, i giudizi severi
verso gli avversari, il cameratismo, lo spirito di corpo, l’attaccamento verso il reggimento sono espressione di partecipazione
agli eventi in corso. Vivere un evento vuol dire esserne intimamente e totalmente coinvolti e questa posizione deve essere compresa dall’osservatore.
Sempre nell’ottica della ricostruzione del momento storico cui si riferisce il documento in esame, cioè il diario Zamorani
nel caso specifico, si tenga conto che sono trascorsi 80 anni da allora e l’interrogativo che si impone consiste nel chiedersi
quanto e come il costume, l’etica, la tradizione, il sentimento nazionale siano cambiati. Su questo punto è bene
rammentare quanta verità vi sia nella famosa proposizione di Ugo Ojetti: “l’Italia è un paese di
contemporanei che dimentica il passato e rinuncia all’avvenire”. Viene di conseguenza da chiedersi se l’atmosfera
che caratterizzava il momento storico cui ci riferiamo, cioè l’interventismo con l’intero corredo ideale che l’accompagna,
sia in qualche modo ripetibile con i suoi entusiasmi, la dedizione, l’accettazione del sacrificio e, se no, il perché della negazione.
Quesito quanto mai intrigante e attuale. Sulla scorta di tali premesse, commuovono ed emozionano la freschezza, la sincerità,
l’entusiasmo, il totale e incondizionato amor di Patria, che scaturiscono dal diario di questo giovane studente che parte per
la guerra in tutta serenità, che a diciannove anni comanda uomini in armi più anziani di lui, che si batte in uno dei
settori più duri e sanguinosi di un conflitto implacabile: il fronte dell’Isonzo; tornando a casa, come milioni di altri
soldati, invalido.
Massimo Zamorani